Orchid

Nel 1995 una band di ragazzi svedesi appassionati di musica metal pubblicò per la Candlelight Records un album che conteneva un inedito misto di death metal e di influenze progressive. Quell’album si chiamava Orchid e la band erano gli Opeth.

Struttura

In Mist She Was Standing – 14:08

Under the Weeping Moon – 9:52

Silhouette – 3:07

Forest of October – 13:04

The Twilight Is My Robe – 11:01

Requiem – 1:11

The Apostle In Triumph – 13:00

Into the Frost of Winter (bonus track) – 6:19

Descrizione

Fin dalla prima traccia, In Mist She Was Standing, lunga ben 14 minuti e 8 secondi, si comprende come lo stile di quest’album si differenzi dal death metal tradizionale, tendenzialmente caratterizzato da pezzi di durata limitata, e guardi già con decisione al mondo del progressive e alle sue lunghe composizioni che non cessano mai di variare tra il loro inizio e la loro fine. La canzone inizia con un elemento caratteristico del death metal melodico svedese, le chitarre armonizzate: vale a dire che l’una suona ciò che suona l’altra ma sfasata di alcuni toni, dando un carattere “orchestrale” alla melodia. A questo si aggiunge la forte distorsione delle singole chitarre, suonate da Mikael Åkerfeldt e Peter Lindgren, che crea così una cascata di armoniche. Dopo poco più di due minuti Åkerfeldt (cantante, oltre che chitarrista, e ancor oggi anima degli Opeth) inizia a farsi sentire con un growl molto cattivo, ma verso i quattro minuti si sente per la prima volta un breve intermezzo di chitarre pulite, elemento quasi assente nel death metal (fanno eccezione gli ultimi Death e pochi altri). Il solo di chitarra intorno ai 5 minuti, che prelude ad un ritorno dell’intermezzo acustico, si caratterizza per un sound raffinato. L’intermezzo acustico, oscuro e tenebroso, ci rimanda alle atmosfere prog anni ’70. A 6 minuti e 40 secondi il basso martellante di Johan DeFarfalla scandisce il tempo durante la fase finale dell’intermezzo, che poi sfocia nuovamente in una splendida armonizzazione delle chitarre, accompagnata dal growl di Åkerfeldt. A 8 minuti e 40 secondi il ritmo viene spezzato nuovamente, evolvendo poi a a 9 minuti e 30 secondi nella Spannung della composizione, che ricorda in parte i primi album di gruppi melodic death metal come i Dark Tranquillity e gli In Flames. La tensione si smorza con il bellissimo arpeggio pulito che precede gli 11 minuti, dove sembra quasi di sentire suonare un pezzo tradizionale svedese, per poi tornare circa un minuto dopo alle chitarre distorte ed al basso al seguito, ora dalle tinte vagamente epiche, accompagnati da un doppio pedale martellante, fino alla conclusione.

Under the Weeping Moon inizia con un breve passaggio acustico, poi riprodotto con la distorsione, con un’atmosfera vagamente onirica. Il clima sognante viene presto interrotto da un riff death metal e dal growl di Åkerfeldt, facendo ripiombare l’ascoltatore nell’oscurità. A due minuti e 30 secondi torniamo ad un’atmosfera psichedelica che, appena dopo i tre minuti, si evolve nel lunghissimo intermezzo acustico, purissimamente prog. Questo intermezzo potrebbe benissimo fare da colonna sonora ad un thriller o ad un film horror, data la capacità di creare tensione nell’ascoltatore e di evocare immagini dark. La tensione cresce gradualmente, finché a sei minuti ci riporta ai riff death metal. Già un minuto dopo, il basso psichedelico di DeFarfalla ci fa calare in una sorta di mood distopico che, però, presto si risolve in arpeggi puliti e nella voce di Åkerfeldt senza growl. L’atmosfera si rilassa inaspettatamente, finché le chitarre tornano distorte e armonizzate e ripropongono quel sapore epico già sentito nella conclusione della composizione precedente.

La terza traccia, Silhouette, è un bellissimo interludio pianistico suonato dal batterista Anders Nordin. Il modo minore mantiene questa apparente stonatura coerente con il resto dell’album, garantendo un suono sempre oscuro ma molto raffinato. Il pezzo è molto ben costruito e, intorno ad un minuto e venti secondi, il pianoforte ci sorprende facendoci sentire qualcosa di molto simile alle chitarre death metal, per poi farci passare attraverso un veloce passaggio verso un sound più classico. Il riverbero applicato al pianoforte ci fa sognare fino alla fine, quando Silhouette ci saluta allentando ogni tensione.

Forest of October inizia con quella che, secondo il parere di chi scrive, è l’armonizzazione più bella di tutto l’album, un must per chiunque ami questa tecnica. Nonostante le chitarre distorte, il growl e il suono death metal, sembra quasi di poter convertire facilmente la composizione in un brano eseguibile da un’orchestra. Di nuovo, dopo due minuti sentiamo per un attimo una chitarra pulita, che lascia di nuovo il posto al growl e alla distorsione, ma solo per poi riapparire con anche la voce pulita. Nemmeno il tempo di abituarci al cambiamento e ritorniamo nuovamente, a tre minuti, al death metal e al distorto: sono incredibili l’agio e la naturalezza con cui gli Opeth sanno passare da un sound all’altro. Poco prima dei cinque minuti fa capolino un nuovo intermezzo acustico oscuro, concluso dal solo di chitarra poco prima dei sei minuti. Al solo, spezzando molto il ritmo, segue un passaggio lento e psichedelico, con tinte quasi black metal, ma la tensione è smorzata appena prima degli otto minuti. A otto minuti e mezzo torniamo al death metal cattivo, con power chords e doppio pedale al seguito, fino ad un secondo e breve solo. Appena prima dei dieci minuti si ritorna ad un death metal melodico ottimamente accompagnato dal basso, per poi evolvere poco dopo gli undici minuti verso un sound un po’ più rock. L’ultimo minuto è una ripresa di uno degli intermezzi acustici precedentemente ascoltati.

L’inizio di The Twilight Is My Robe è, a suo modo, piuttosto poetico e melodico, punteggiato solo ogni tanto da parti più heavy. Poco prima dei quattro minuti incomincia uno degli arpeggi più belli dell’album, dall’atmosfera più rilassata e dolce di quasi tutti gli arpeggi degli altri brani. A cinque minuti e quaranta secondi circa torniamo alla distorsione e alle chitarre armonizzate in un bell’intermezzo puramente strumentale, che poco prima dei sette minuti ritorna acustico e con delle tinte folk. A sette minuti e cinquanta secondi si torna su sonorità prettamente melodic death, con il growl che fa il proprio ritorno sulla scena. A nove minuti viene ripreso il duetto di chitarre pulite che si era interrotto precedentemente, fino a che poco dopo i dieci minuti si passa ad un sound heavy metal piuttosto classico ed il pezzo si conclude.

Requiem è una brevissima traccia strumentale (la parte conclusiva finì erroneamente nell’apertura di The Apostle in Triumph per un errore di mixaggio) eseguita con un sound pulito. Le chitarre si lanciano soprattutto in arpeggi dal mood allegro e vivace.

The Apostle in Triumph inizia con una chitarra ritmica che esegue pennate alternate come in pezzi acustici di generi più classici, altra dimostrazione della mescolanza di generi proposta dagli Opeth. A due minuti inizia il pezzo vero e proprio, riproponendo ancora una volta melodie raffinate con le chitarre armonizzate a fare da voci narranti. A tre minuti le chitarre pulite, supportate da una bella base di basso, ci riportano in piena atmosfera prog anni Settanta, per poi farci tornare nel mondo death metal poco prima dei quattro minuti, con tanto di doppio pedale a fare da tappeto ritmico. Non c’è un solo frammento della composizione che non venga evoluto e modificato appena dopo essere stato proposto: le chitarre armonizzate non stanno ferme per più di due minuti e la scansione ritmica segue questa continua variazione. A sette minuti e venti secondi comincia il caratteristico intermezzo della canzone, di nuovo con un sapore psichedelico e prog, che ritorna con estrema naturalezza all’armonizzazione delle chitarre ed al gusto per la melodia, che vede l’apice con il solo di chitarra che si conclude a dieci minuti. L’atmosfera, prima piuttosto rilassata, si incupisce intorno ai dieci minuti e venti secondi. A questo punto si entra nella fase finale della composizione, in cui l’eleganza della melodia non cessa mai di rendere piacevole e interessante l’ascolto. Gli ultimi secondi si concludono con una breve parte pulita.

Into the Frost of Winter è una bonus track inserita a partire dalla versione di Orchid del 2000. Si tratta di una registrazione in bassa qualità risalente ai primissimi tempi della band; il sound è molto più vicino al death metal tradizionale e permette di apprezzare bene l’evoluzione tecnica ed espressiva degli Opeth avvenuta già nei loro primissimi anni di vita. Ciononostante, alcuni elementi – in particolare gli intermezzi puliti – aprono già le porte ad una primissima, embrionale forma di progressive death metal, come verrà più tardi definito il genere degli Opeth. Una sezione piuttosto significativa della canzone verrà poi ripresa in Advent, prima traccia presente nel secondo album della band, Morningrise.

Opeth-Orchid

Commento

Orchid rappresentò, nel panorama musicale death metal, un’autentica iniezione di originalità. Al sound ormai ben definito del death metal tradizionale, interpretato da band come i Morbid Angel, i Death, gli Obituary e altre, e a quello peculiare del death metal svedese, di stampo più melodico e proposto da gruppi come i Dark Tranquillity, gli In Flames e gli At the Gates, gli Opeth aggiungono un fortissimo colore progressive. Sebbene le fusioni tra il progressive ed il metal fossero ben più antiche del 1995, difficilmente qualcuno aveva provato ad unire al progressive uno dei sottogeneri più estremi del metal, appunto il death metal. L’esperimento degli Opeth riuscì così bene da far vivere con grande naturalezza all’ascoltatore le continue transizioni tra parti hard e parti soft, tra distorsione e chitarre pulite, tra growl e voce normale, tra power chords, passaggi cromatici e doppio pedale e arpeggi dolci e leggeri. Mi sento di consigliare quest’album in particolare a coloro che apprezzano le parti di chitarra ben fatte e che amano una certa varietà stilistica in quello che ascoltano, senza fissarsi rigidamente su questo o su quello stile.

 

 

 

 

 

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